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Acaro della Vite (Calepitrimerus vitis): Danni, Riconoscimento e Trattamenti nel Vigneto

immagini acari della vite

L’acaro della vite (Calepitrimerus vitis Nalepa) è un eriofide microscopico responsabile di una delle fitopatie più insidiose del vigneto: l’acariosi. A differenza del ragnetto rosso, ben visibile con una lente, questo acaro sfugge completamente all’osservazione diretta e si manifesta solo attraverso i suoi effetti sulla vegetazione. I danni possono essere devastanti nei giovani impianti e nelle annate con primavere fredde e umide, compromettendo il germogliamento e la produttività delle viti. Il riconoscimento tempestivo dei sintomi e la programmazione dei trattamenti nel vigneto sono le uniche armi efficaci contro questo parassita.

Chi gestisce un vigneto sa che i problemi più gravi spesso arrivano da ciò che non si vede. Il Calepitrimerus vitis ne è l’esempio perfetto: un organismo lungo meno di 0,2 mm capace di bloccare la crescita di una pianta intera. Questa guida è pensata per viticoltori e tecnici che vogliono imparare a leggere i segnali del vigneto e a intervenire con precisione, senza sprechi e senza ritardi.

Biologia e ciclo vitale del Calepitrimerus vitis

Il Calepitrimerus vitis appartiene alla famiglia Eriophyidae, ordine Trombidiformes. Ha un corpo vermiforme, allungato, di colore giallastro, con soli due paia di zampe — una caratteristica esclusiva degli eriofidi che li distingue immediatamente dagli altri acari. Le femmine adulte misurano circa 0,15-0,18 mm di lunghezza: per osservarle serve un microscopio stereoscopico ad almeno 40 ingrandimenti. A queste dimensioni, un singolo germoglio può ospitare centinaia di esemplari senza che il viticoltore ne abbia il minimo sospetto.

Il ciclo biologico prevede due forme femminili morfologicamente distinte, ciascuna con un ruolo preciso nella strategia di sopravvivenza della specie. Le deutogine (forme svernanti) si rifugiano durante l’inverno sotto le perule delle gemme, nelle anfrattuosità della corteccia e alla base dei tralci. Sono più robuste, più scure e più resistenti al freddo rispetto alle forme estive. La loro capacità di sopravvivere a temperature ben sotto lo zero garantisce la continuità dell’infestazione da un anno all’altro.

Alla ripresa vegetativa, in primavera, le deutogine escono dai ricoveri invernali e migrano verso i germogli in fase di schiusura, dove iniziano a nutrirsi e a deporre le uova. È in questa fase che si concentra il danno maggiore. Le protogine (forme estive), più chiare e allungate, si sviluppano durante la stagione vegetativa e colonizzano la pagina inferiore delle foglie. In estate si susseguono più generazioni, ma i danni estivi sono generalmente trascurabili rispetto a quelli primaverili. In autunno, con l’accorciarsi del fotoperiodo e il calo delle temperature, compaiono nuovamente le deutogine che cercano attivamente i siti di svernamento, chiudendo il ciclo annuale.

Riconoscimento dei danni: come distinguere l’acariosi nel vigneto

infografica acaro della viteIl riconoscimento dell’acariosi in campo si basa esclusivamente sull’osservazione dei sintomi, dato che l’acaro è invisibile a occhio nudo. I danni sono concentrati nella fase di germogliamento e nelle prime settimane di sviluppo vegetativo, un periodo in cui il viticoltore deve prestare la massima attenzione a qualsiasi anomalia nella crescita dei germogli.

Sintomi primaverili tipici dell’acaro della vite

I germogli colpiti dal Calepitrimerus vitis mostrano una crescita stentata, con internodi raccorciati e un aspetto tozzo, quasi rachitico. Le foglioline basali sono piccole, deformate, con margini irregolari e spesso lacerati o frastagliati. In alcuni casi si osservano perforazioni del lembo fogliare, che conferiscono alla foglia un aspetto “bucherellato” caratteristico. La vegetazione assume un portamento cespuglioso, con germogli che sembrano bloccati nella crescita e che non riescono ad allungarsi normalmente.

Nei casi più gravi, le gemme non schiudono affatto o producono germogli che necrotizzano e muoiono entro pochi centimetri di sviluppo. Questo fenomeno, noto come “cieco della gemma”, può essere confuso con danni da gelo tardivo o con problemi di natura fisiologica. La differenza è che il danno da acariosi tende a essere distribuito in modo irregolare nel vigneto, con piante fortemente colpite accanto a piante apparentemente sane, mentre il gelo colpisce in modo più uniforme le aree esposte.

Un altro sintomo da non trascurare è la comparsa, sulle foglie giovani, di una leggera bronzatura o di un aspetto “coriaceo” della pagina inferiore. Questo segno, meno evidente delle deformazioni, indica un’attività trofica in corso e può aiutare a confermare la diagnosi nei casi dubbi.

Distinguere l’acariosi dall’erinosi

Un errore frequente, soprattutto tra i viticoltori meno esperti, è confondere l’acariosi con l’erinosi, causata da un altro eriofide della vite, Colomerus vitis. La distinzione è semplice ma fondamentale per la scelta del trattamento:

  • Acariosi (Calepitrimerus vitis): foglie deformate, piccole, con margini frastagliati o bucherellati. Germogli rachitici con internodi corti. Nessuna bollosità sulla pagina superiore. Danni concentrati alla ripresa vegetativa, con impatto diretto sulla produzione.
  • Erinosi (Colomerus vitis): bolle convesse sulla pagina superiore delle foglie, con feltro biancastro (poi brunastro) sulla pagina inferiore in corrispondenza delle bolle. Foglie di dimensioni normali. Danni prevalentemente estetici, con scarso impatto sulla produzione.

L’acariosi è molto più pericolosa dell’erinosi dal punto di vista produttivo, soprattutto nei giovani impianti dove la perdita di germogli può ritardare la formazione della struttura della pianta di un intero anno. In un vigneto adulto in piena produzione, un attacco grave può ridurre la resa del 20-40% e compromettere la qualità dell’uva per la vinificazione.

Fattori di rischio e vigneti più esposti

Non tutti i vigneti sono ugualmente vulnerabili al Calepitrimerus vitis. Conoscere i fattori predisponenti permette di concentrare il monitoraggio e le risorse di difesa dove servono davvero. I fattori che aumentano il rischio di infestazione grave sono:

  • Giovani impianti (1-4 anni): la vegetazione è più tenera, la corteccia è liscia e offre meno rifugi, ma le piante hanno meno riserve per compensare i danni e la perdita di germogli ha un impatto proporzionalmente maggiore.
  • Primavere fredde e piovose: il germogliamento lento prolunga la fase di vulnerabilità dei germogli, dando all’acaro più tempo per nutrirsi e moltiplicarsi sui tessuti teneri.
  • Varietà sensibili: alcune cultivar mostrano una maggiore suscettibilità. Tra le più colpite si segnalano Chardonnay, Riesling, Pinot nero e Sauvignon blanc. Le varietà a germogliamento tardivo sono generalmente più esposte.
  • Potature tardive: ritardano il germogliamento e possono sincronizzare la schiusura delle gemme con il picco di attività delle deutogine, amplificando il danno.
  • Assenza di trattamenti al bruno: i vigneti dove non si eseguono trattamenti invernali o pre-germogliamento tendono ad accumulare popolazioni elevate di deutogine svernanti anno dopo anno.
  • Vigneti in zone collinari fresche: le temperature primaverili più basse rallentano la crescita dei germogli, prolungando il periodo di esposizione all’attacco dell’eriofide.

Monitoraggio: come valutare la presenza dell’acaro della vite

Il monitoraggio del Calepitrimerus vitis è complesso proprio a causa delle dimensioni microscopiche dell’acaro. In campo, la diagnosi si basa quasi esclusivamente sull’osservazione dei sintomi. Tuttavia, per chi vuole un dato quantitativo, è possibile eseguire un campionamento delle gemme durante l’inverno. Si prelevano 50-100 gemme per appezzamento, si aprono sotto stereomicroscopio e si contano le deutogine presenti sotto le perule. Una media superiore a 5-10 deutogine per gemma indica un rischio elevato di danno primaverile e giustifica un trattamento al bruno.

Durante la stagione vegetativa, il monitoraggio si concentra sull’osservazione settimanale dei germogli, partendo dalle varietà più sensibili e dai giovani impianti. La comparsa dei primi sintomi — anche su poche piante — deve far scattare l’allerta e, se necessario, l’intervento. Aspettare che i sintomi si diffondano a tutto il vigneto significa aver già perso la partita.

Trattamenti nel vigneto: il calendario della difesa

infografica trattamento vigneto
infografica trattamento vigneto

La lotta al Calepitrimerus vitis è essenzialmente preventiva. Una volta che i danni primaverili si sono manifestati, non c’è trattamento che possa recuperare i germogli persi. Per questo motivo, la programmazione dei trattamenti nel vigneto deve essere anticipata rispetto alla comparsa dei sintomi, seguendo un calendario preciso legato alle fasi fenologiche della vite.

Trattamento al bruno (pre-germogliamento)

Il momento più efficace per colpire l’acaro della vite è la fase di “gemma cotonosa” o “punta verde”, quando le deutogine stanno uscendo dai ricoveri invernali ma i germogli non sono ancora sviluppati. In questa finestra temporale, i trattamenti con polisolfuro di calcio (a concentrazioni del 3-5%) o con oli minerali paraffinici hanno un’azione asfissiante molto efficace sulle femmine svernanti. Il polisolfuro, in particolare, ha anche un’azione fungicida collaterale contro l’escoriosi e l’oidio, il che lo rende un intervento a doppia valenza particolarmente apprezzato in viticoltura biologica.

La bagnatura deve essere abbondante e accurata, con volumi d’acqua elevati (800-1000 litri per ettaro) per raggiungere tutte le gemme e le anfrattuosità della corteccia dove si annidano le deutogine. Un trattamento al bruno ben eseguito può ridurre la popolazione svernante del 70-80%.

Trattamenti allo zolfo in fase di germogliamento

Lo zolfo è il cardine della difesa primaverile contro il Calepitrimerus vitis. Applicato in formulazione bagnabile o micronizzata quando i germogli hanno raggiunto i 3-10 cm, svolge un’azione acarostatica per sublimazione che rallenta la moltiplicazione dell’eriofide. Lo zolfo è compatibile con l’agricoltura biologica, ha un costo contenuto e offre il vantaggio collaterale di controllare l’oidio nelle fasi iniziali.

L’efficacia dello zolfo dipende strettamente dalla temperatura: sotto i 15 °C la sublimazione è insufficiente e l’azione acarostatica è ridotta; sopra i 35 °C c’è rischio di fitotossicità, con ustioni fogliari che possono aggravare la situazione. La finestra ottimale si colloca tra 18 e 28 °C. In primavere fresche, dove lo zolfo da solo potrebbe non bastare, è consigliabile abbinarlo al trattamento al bruno per una copertura completa.

Acaricidi specifici per infestazioni gravi

In vigneti con una storia di forti infestazioni, dove i trattamenti preventivi con polisolfuro e zolfo non sono sufficienti a contenere il problema, si può ricorrere ad acaricidi specifici. L’abamectina è il principio attivo di riferimento per gli eriofidi della vite, con un’azione translaminare che raggiunge gli acari anche sulla pagina inferiore delle foglie. Va utilizzata con parsimonia, in un massimo di 1-2 applicazioni per stagione, per preservarne l’efficacia nel tempo e prevenire fenomeni di resistenza.

Il posizionamento del trattamento è cruciale: l’abamectina va applicata alla comparsa dei primi sintomi, quando l’acaro è in fase di attiva moltiplicazione sugli organi verdi. Un’applicazione troppo precoce (prima dell’uscita delle deutogine) o troppo tardiva (quando i danni sono già evidenti) ne riduce drasticamente l’efficacia.

Il ruolo degli acari fitoseidi nella difesa naturale

Qualsiasi strategia di difesa dall’acaro della vite deve tenere in massima considerazione la presenza degli acari fitoseidi. Specie come Typhlodromus pyri, Amblyseius andersoni e Kampimodromus aberrans sono predatori naturali sia del Calepitrimerus vitis sia di altri acari fitofagi come il ragnetto rosso e il ragnetto giallo. Un vigneto con una buona popolazione di fitoseidi raramente presenta problemi gravi di acariosi.

Proteggere i fitoseidi significa scegliere prodotti fitosanitari selettivi, evitare i piretroidi (che li decimano), e favorire la biodiversità con inerbimenti e siepi perimetrali. In vigneti dove i fitoseidi sono stati eliminati da trattamenti aggressivi, è possibile reintrodurli attraverso il trasferimento di tralci colonizzati da vigneti “donatori” con popolazioni abbondanti. Questa pratica, semplice e a costo zero, può ristabilire l’equilibrio biologico nel giro di 2-3 stagioni.

La difesa dall’acaro della vite si gioca sulla prevenzione, sulla tempestività e sul rispetto degli equilibri naturali. Chi conosce il proprio vigneto, ne osserva i segnali con costanza e interviene nei momenti giusti con i mezzi appropriati, riesce a contenere questo parassita con costi minimi e nel pieno rispetto dell’ambiente.

Riferimenti

  • Duso C., De Lillo E. – Acari fitofagi e predatori in viticoltura, Informatore Fitopatologico
  • INRAE Ephytia – Calepitrimerus vitis, scheda diagnostica – ephytia.inrae.fr
  • Regione Veneto – Bollettino fitosanitario viticolo, linee guida difesa integrata
  • Fitogest – Calepitrimerus vitis, scheda fitosanitaria – fitogest.imagelinenetwork.com

Disclaimer: le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgativa e non sostituiscono il parere di un tecnico abilitato. Prima di eseguire qualsiasi trattamento fitosanitario, consultare l’etichetta del prodotto e verificare le autorizzazioni vigenti.

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